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Chiesa dello Spirito Santo

Fra i manufatti architettonici ortigiani uno dei più singolari è quello della Chiesa dello Spirito Santo situata lungo la riviera di levante uno dei versanti del lungomare dell’isola di Ortigia, nei pressi del Castello Maniace.
Con la sua elegante e scenografica facciata impreziosisce il tratto iniziale del lungomare di levante percorrendo la stradina che passa davanti piazza Federico di Svevia.

CENNI STORICI

Secondo gli annalisti locali, nel IV secolo il vescovo Germano (successore di Cresto) fece costruire in Ortigia quattro chiese, la Chiesa dello Santo Spirito è la più antica di esse.
Ad essa seguirono le chiese di San Pietro, San Paolo e San Giovanni Battista.
Appare tuttavia difficile credere che il vescovo dedicasse una di queste chiese alla terza persona della Trinità, che teologicamente fu affermata nei Concilii di qualche secolo dopo. Possiamo supporre che, andata perduta la memoria dell’antica dedica, si sia tramandata solo quella più recente.

La datazione della costruzione di questa struttura, risale quindi intorno al 363 e per tre anni questa fu la sola chiesa cristiana in Ortigia.

La chiesa sorse nel punto dove, secondo la tradizione, era sbarcato San Marziano mandato da San Paolo da Antiochia per predicare il Vangelo.
Ne sono testimonianza un antichissimo quadro di San Marziano che si conserva all’interno della chiesa e l’iscrizione posta sopra l’arco maggiore della chiesa: de spiritu santo, prima post antiocheam.

Diviene la chiesa dell’Arci confraternita del Divino amore e dello Spirito Santo dei Cavalieri della Fede e della Colomba, istituita nel 1652 da monsignore Giovanni Antonio Capobianco, allora vescovo di Siracusa, e legittimata sempre nel 1652 da un decreto del re di Spagna.
I suoi membri avevano l’obbligo di “propagandare la fede, il culto della chiesa, i sacramenti, svolgere servizi negli ospedali, visitare le carceri e l’albergo dei pellegrini”.

La chiesa medievale subì trasformazioni già dal 1686 e il terremoto del 1693 la danneggiò in maniera così disastrosa da rendere necessaria una nuova costruzione fin dalle fondamenta.
La Confraternita ne approfittò per ricostruirla con una veste barocca più sontuosa su progetto di Pompeo Picherali.

I lavori iniziarono nel 1727, ma furono interrotti dopo appena quattro anni per essere ripresi sessantacinque anni dopo e portati a termine nel 1797 dai più rinomati architetti dell’epoca, Luciano e Gaspare Alì, che adeguarono il progetto al nuovo gusto settecentesco.

Sicura è l’attribuzione del prospetto architettonico all’architetto Pompeo Picherali (come inciso sulla bellissima facciata barocca), mentre Luciano e Gaspare Alì realizzarono il terzo ordine, apportando modifiche e contaminazioni al progetto originario.

La facciata

LA FACCIATA

La sua facciata si impone sull’alta riva della riviera di levante, caratterizzata da un’insenatura sabbiosa, con le sue caratteristiche membrature, molto appariscenti soprattutto dal mare.

Il prospetto si articola in tre ordini sovrapposti, due coperti e l’ultimo costituito dalla trifora campanaria, vera e propria terrazza sul mare. Secondo il Privitera doveva contenere la campana proveniente dalla chiesa demolita di Porto Salvo. La cupola con i suoi otto metri di diametro rappresenta l’elemento di spicco e unicità fra tutte le chiese di Ortigia, è difatti la sola totalmente visibile.

Gli ordini sono divisi da un cornicione sporgente e scanditi da eleganti paraste, coronate da capitelli di ordine corinzio, che slanciano la linea ascensionale della facciata.
Queste, non sfruttando alcun movimento dovuto al chiaroscuro, hanno una sporgenza minima limitandosi al solo gioco plastico.

Il primo ordine è caratterizzato dal timpano spezzato del portale, fiancheggiato da quattro nicchie.
Il secondo è sospinto verso l’alto dalle volute che lo delimitano ed è alleggerito dalle nicchie, centrale e laterali.

Le nicchie, sovrastate da fregi, sono un elemento ricorrente in tutta la facciata, mentre le volute laterali del secondo ordine e i pinnacoli che fiancheggiano la torre campanaria, ingentiliscono l’insieme conferendogli preziosità ed eleganza. I due pinnacoli che adornano il campanile, anch’essi realizzati con la stessa pietra della facciata, conservano perfettamente intarsi e stemmi decorativi, tra i quali una doppia croce latina, simbolo dell’Arci confraternita.

Il bianco calcare impiegato si colora di sfumature all’alba conferendo all’insieme un effetto scenografico.

GLI INTERNI

La ricerca di una maggiore sontuosità si rispecchia nel ricco addobbo dell’interno.
L’interno, luminoso e imponente, è a tre navate delimitate da gruppi di colonne, aggiunte da Luciano Alì per movimentarne la struttura.

Gli altari laterali sono adorni di colonne tortili e pregevoli stucchi di Sebastiano Monaco. Di notevole interesse è la volta affrescata dal palermitano Ermenegildo Martorana, raffigurante la Virtù, che è stata salvata dai successivi restauri. Pregevole anche la tela raffigurante San Gregorio di Antonio Maddiona.

Una bellissima scala a chiocciola, della stessa pietra bianca della facciata, conduce alla cella campanaria da cui, oltre allo splendido panorama, si può ammirare la bella cupola staccata dal corpo della chiesa.

VITA LITURGICA

La chiesa dello Spirito Santo è stata sede di intensa vita liturgica per i riti della Settimana Santa e in particolare dei Misteri, che si svolgevano il giovedì santo.
Si trattava di splendide rappresentazioni sceniche di una tappa della Via Crucis, allestite dai confratelli con manichini a grandezza naturale raffiguranti ogni anno un diverso momento della passione di Cristo.
Il venerdì santo gli incappucciati dell’Arci confraternita sfilavano per le strade di Ortigia con una lampada ad olio e vestiti con i caratteristici costumi: un sacco bianco su cui faceva spicco il corpetto cremisi con lo stemma ricamato in oro.

La visita alla chiesa il giovedì santo, durante il tradizionale giro dei Sepolcri, costituiva per tutta la cittadinanza un momento di intensa religiosità e di grande curiosità. Le statue e gli scenari addobbati dai confratelli offrivano un effetto scenico e spirituale che attirava fedeli, turisti e curiosi da tutta Siracusa.

Il pittore francese Jean Houel, uno dei protagonisti del Grand Tour nel 1700, descrive con stupore e ammirazione le sfarzose realizzazioni delle feste del Corpus Domini.
Nel Viaggio in Sicilia è riportata una sua incisione dei carri delle confraternite dello Spirito Santo e di San Filippo durante l’Ottava del Corpus Domini, che testimonia come le due confraternite gareggiassero tra loro in sfarzosità e magnificenza.
Per l’occasione, la confraternita di San Filippo aveva rappresentato con tela, carta e legno, la città di Troia e il cavallo di legno, mentre la confraternita dello Spirito Santo, un fortino con ponti levatoi e batterie di cannoni.

La processione degli incappucciati dell’Arci confraternita è esistita, anche se trasformata, fino agli anni Sessanta, momento in cui le tradizioni popolari e in particolare quelle religiose hanno iniziato a perdere a poco a poco il loro prestigio.
Proprio a partire da quegli anni si è verificato uno spopolamento dell’isola di Ortigia a favore di altre zone di Siracusa, che ha determinato una mancanza di interesse verso i riti liturgici e una mancanza di risorse di artigiani, che apportavano gratuitamente la loro opera ed il loro lavoro per realizzare e partecipare alle attività della confraternita.

LA CHIESA E’ VISITABILE.

LOCALITA’: Isola di Ortigia

Indirizzo: Lungomare di Ortigia N° 2

 

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