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L’ex Carcere Borbonico si trova in Ortigia, nel centro storico di Siracusa, nella zona dell’attuale via Vittorio Veneto, all’altezza del mercato.
Oggi la struttura è in disuso e in totale stato di abbandono e degrado, e da più di vent’anni si parla di un suo eventuale restauro e riutilizzo.

CENNI STORICI

L’esigenza della realizzazione di un nuovo carcere iniziò a sentirsi durante gli ultimi anni del regime borbonico, che furono particolarmente bui per la città di Siracusa e i suoi abitanti.
Aumentavano sempre di più i casi di violenza e delinquenza, dovuti ad una condizione economica e sociale molto difficile, aggravata da una persistente epidemia di colera che colpì la città nel 1837.

Negli anni 30 dell’ottocento i medici erano del tutto impreparati ad arginare e combattere una epidemia di tale portata, la cui diffusione era favorita dalle carenze igieniche, dalla scarsa alimentazione e dalle condizioni malsane delle abitazioni.
Le reazioni degli abitanti furono spesso irrazionali e determinate dal panico, comportando un’aperta ostilità verso i rappresentanti dell’ordine, i benestanti e i nobili, ed una mancanza di fiducia verso i medici e le strutture sanitarie.
Conseguenza di questa situazione fu un considerevole spopolamento della città e ovviamente l’insorgere di un diffuso sentimento antiborbonico, alimentato da un risentimento sociale a lungo represso. Questo risentimento trovò pieno riscontro nelle ribellioni che in quegli anni stavano sconvolgendo l’Europa e la Sicilia in particolare.

I moti rivoluzionari contro il dominio borbone ebbero inizio dalla città di Palermo, ma ben presto coinvolsero anche le città minori, tra cui Siracusa. Ma la Rivoluzione Siciliana del 1848 fallì dopo circa un anno e l’esercito borbonico del re Ferdinando II riconquistò il suo dominio sull’intera isola. Siracusa fu costretta ad arrendersi e dalla fine del 1849 fu dichiarata la legge marziale e ristabilito l’ordine attraverso una rigida politica punitiva.
La repressione effettuata dal governo borbonico comportò un aumento degli arresti, che avvenivano spesso per motivi inconsistenti, pretesti per punire qualsiasi forma di ribellione.

IL PROGETTO

Dall’inizio dell’ottocento, con l’intensificarsi dei moti rivoluzionari e con l’aumento dei casi di delinquenza, iniziarono a riempirsi le prigioni già esistenti del Castello Maniace e del Carcere centrale, situato nei sotterranei di Casa Cadorna in piazza San Giuseppe.
Inizialmente l’incarico per la costruzione di un nuovo carcere venne affidato nel 1827 all’ingegnere Innocenzo Alì. L’esecuzione dei lavori venne però rallentata dalle turbolenze sociali che si susseguirono in quegli anni, dall’epidemia di colera che colpì la città e dalla conseguente recessione economica e sociale.

La Rivoluzione Siciliana del 1848 diede la spinta definitiva alla necessità del nuovo carcere e alla ripresa dei lavori. Il progetto fu ripreso in mano e rielaborato nel 1853 da Luigi Spagna, ingegnere già molto conosciuto e richiesto, che si era occupato della realizzazione di importanti opere e aveva costruito numerosi palazzi nella provincia.
La zona dove doveva essere costruito il carcere era già stata individuata lungo l’attuale via Vittorio Veneto, nel quartiere della Bagnara, in seguito denominato rione Graziella. Nello stesso sito, nei presso del porto piccolo, si trovava il castello trecentesco Casa Nova distrutto dal terremoto del 1693, adibito anch’esso a carcere.

Pur rispettando il modello precedente elaborato dall’ingegnere Innocenzo Alì, il nuovo progetto di Luigi Spagna differisce in alcune caratteristiche: venne aggiunto un piano, rispetto ai due piani precedentemente previsti, e venne abbandonata l’idea di un fossato intorno alla struttura centrale.
La difficoltà che venne riscontrata durante la costruzione del nuovo carcere fu principalmente la demolizione del quartiere della Bagnara che lo ospitava: le case esistenti nella zona vennero abbattute e il materiale che si riuscì a recuperare venne riutilizzato proprio per la realizzazione della struttura carceraria. I lavori durarono circa sette anni.

LA STRUTTURA

Il progetto di Luigi Spagna era particolarmente moderno per la sua epoca. La struttura si imposta su una pianta rettangolare esternamente ed ottagonale internamente, sviluppata intorno ad un cortile centrale, dal quale era possibile avere una visione di insieme di tutte le ali del complesso.
Questo progetto architettonico seguiva una metodologia di costruzione molto in voga in quel periodo storico: il Panopticon, ideato nel 1786 da Jeremy Bentham, un filosofo e giurista inglese.
Al di là della più ampia filosofia di partenza, che proponeva una riforma delle carceri come luoghi mirati alla correzione del detenuto anziché alla sua punizione, Bentham elaborò un progetto architettonico a pianta circolare per permettere l’osservazione costante di ogni detenuto da un solo punto fisso. Questo permetteva di impiegare un minor numero di guardie carcerarie, risparmiando così risorse umane e abbassando il rapporto guardia-detenuto.

Il progetto subì nel tempo modifiche strutturali, con il variare dei governi e delle nuove filosofie carcerarie, che prevedevano la rieducazione e la redenzione dei detenuti, e includeva: le celle ordinarie, le celle di isolamento, l’appartamento del direttore, le due cappelle, le aule scolastiche, lavanderie, docce e bagni, i locali adibiti al lavoro dei detenuti ed il Sifilicomio per i malati di sifilide.
Quest’ultimo si trovava al terzo piano e la sua realizzazione venne stabilita dal Ministero degli Interni nel 1862, ma era comunque insufficiente ad ospitare il numero dei pazienti malati.
Un piano era destinato alle donne, che spesso venivano rinchiuse insieme ai loro figli.

Il Carcere Borbonico di Siracusa divenne la più imponente struttura di detenzione della provincia, con la capacità di contenere fino a 340 detenuti, soppiantando il carcere di Noto che fino ad allora era il più grande del territorio.

A CASA CU N’OCCHIU

Nell’arco d’ingresso del carcere è scolpito un occhio in rilievo che contribuiva ad accrescere l’aria sinistra dell’edificio. Questo particolare scultoreo ha determinato tra gli aretusei l’appellativo de A Casa cu n’Occhiu.
Non esiste una spiegazione per interpretare questo simbolo, ma solo delle supposizioni. Potrebbe rappresentare l’occhio della giustizia, dato che inizialmente la struttura era anche sede del Tribunale, o l’occhio dei detenuti, che attraverso le fessure delle grate anelavano la libertà, o forse si potrebbe ricondurre alla stessa struttura “panottica” dell’edificio.

Inoltre il carcere era una delle fermate obbligatorie dell’Ottava di Santa Lucia (processione in onore della Santa patrona della città). La Patrona veniva salutata dai carcerati, che accendevano una candela, e il più giovane le portava un mazzo di fiori.

LA VITA PENITENZIARIA

La vita del Carcere Borbonico è durata 135 anni e sono molte le storie che vi gravitano intorno.
La sicurezza del carcere era affidata a 15 guardie, di prima o seconda classe o allievi. Questi ultimi erano spesso degli ex soldati che non seguivano alcun tipo di formazione, e quindi non erano molto esperti.
Fino alla fine dell’ottocento il carcere non ospitò reati particolarmente gravi, eccetto episodi sporadici. I disordini maggiori venivano dalla facilità che i detenuti avevano nel comunicare con l’esterno, provocando il timore di eventuali evasioni e di compromettere la sicurezza della struttura.

Tranne per qualche eccezione i detenuti non dovevano scontare lunghe pene, che al massimo potevano protrarsi per un anno. Erano frequenti le visite mediche e venivano messi a disposizione tutti gli indumenti per affrontare il freddo invernale.

Ogni detenuto aveva diritto ad un minimo di una e un massimo di due visite settimanali. Coloro che mostravano buona condotta potevano seguire dei corsi di istruzione per imparare a leggere e scrivere, così da poter iniziare una nuova vita una volta usciti. I condannati svolgevano attività lavorative all’interno del carcere, in particolare sappiamo che fabbricavano cappelli di paglia.

A dispetto dei pregiudizi e dei luoghi comuni, e grazie anche a recenti studi sull’argomento, oggi sappiamo che il sistema penitenziario borbonico in Sicilia fu tra i meno disumani d’Europa.
I borboni diedero vita alla prima riforma carceraria che teneva conto dell’umanità e dei bisogni elementari del detenuto, sanitari, religiosi e lavorativi, partendo dal presupposto che la detenzione dovesse essere anche rieducazione e redenzione.

Le politiche riformiste borboniche vennero influenzate sia dai valori di uguaglianza propagati dalla rivoluzione francese che dalla presenza inglese in Sicilia durante la conquista napoleonica dell’Italia. In particolare proprio per quanto riguarda le teorie relative alla riforma carceraria, che in Inghilterra aveva avuto il suo caposcuola in Bentham.

Il Panopticon dava delle linee guida non solo sulla struttura architettonica delle carceri, ma anche sui principi da seguire. Il suo carcere di forma circolare era dotato di celle individuali ben visibili a colpo d’occhio da un unico punto fisso, nelle quali i detenuti lavoravano in completo isolamento per poter pentirsi e redimersi, perseguendo un comune obiettivo di utilità sociale.
Il progetto non era ispirato da ideali umanitari, bensì utilitaristi, ma affascinò la maggior parte degli architetti del tempo e venne accolto e rivisitato dai governanti più illuminati.

I re borboni si distinsero fra i sovrani europei dando prova di una visione più moderna rispetto agli stessi governanti inglesi, che si limitavano ad approvare i progetti dei riformatori senza metterli in atto.
In tale clima politico e culturale i borboni emisero un decreto sulla legislazione carceraria all’avanguardia sui tempi. Il decreto prevedeva innanzitutto la costituzione di una commissione che vigilasse sulle singole strutture per controllare il corretto funzionamento interno, la sicurezza dei locali, l’igiene e la qualità del cibo per i detenuti. Conteneva norme sulla concessione degli appalti per la pulizia, il lavaggio della biancheria e le strutture sanitarie adibite alla cura dei malati. Stabiliva inoltre l’istruzione dei detenuti e il loro impegno lavorativo, affinché si dedicassero alla realizzazione di manifatture all’interno dello stesso penitenziario.

Le norme del decreto non vennero mai messe in atto completamente, ma il regime borbonico si dimostrò particolarmente all’avanguardia nella realizzazione di uno dei più moderni carceri che si rifaceva ai criteri architettonici di Bentham, il Carcere dell’Ucciardone di Palermo, inaugurato nel 1840.

IL TERREMOTO DEL 1990

Nel 1985 fu uno degli scenari della Crisi di Sigonella, un’importante episodio della politica e della diplomazia italiana. I quattro terroristi palestinesi che dirottarono la nave da crociera Achille Lauro, per chiedere la liberazione di circa 50 detenuti palestinesi in Israele, sono stati detenuti presso il Carcere Borbonico di Siracusa.

Il carcere venne chiuso nel 1991, dopo 135 anni di attività, a seguito del terremoto del 13 Dicembre 1990, che causò gravi danni alla struttura.

I racconti di chi si trovava chiuso nel carcere furono terribili, poiché la paura fu maggiore proprio per l’impossibilità di scappare. Nessuno poteva lasciare il complesso, né i detenuti né gli addetti alla sorveglianza. Per questo tutti i detenuti vennero radunati nel cortile centrale, cercando in questo modo di preservarli da eventuali cadute della struttura.
Le difficoltà logistiche e l’impossibilità di mantenere un alto livello di sicurezza comportarono l’evasione di alcuni detenuti, che approfittarono della situazione.

A seguito della sua chiusura, nacque un nuovo carcere in contrada Cavadonna e da ormai più di 20 anni si discute sulle modalità di restauro e reimpiego dell’ex Carcere Borbonico.

IL CARCERE NON E’ VISITABILE ALL’INTERNO MA LO SI PUO’ AMMIRARE DALL’ESTERNO.

Località: Via Vittorio Veneto, 227–  Isola di Ortigia –  Siracusa

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